La prova digitale nel processo penale

Qual’è il modo probatoriamente più efficace per documentare in giudizio lo scambio di messaggi?

di Debora Zagami

Mai come in questi anni, la capillare e potremmo dire anche trasversale (sia per ceto sociale, che per generazione) diffusione dei dispositivi tecnologici, rappresenta uno straordianario strumento per la tutela dei diritti, ma è necessario conoscere le molteplici insidie che possono rendere “inutili” questi sofisticatissimi apparecchi o addiruttura trasformarli in comode scorciatoie per malintenzionati senza scrupoli che non esitano a sfruttare a proprio vantaggio le conoscenze basilari dell’informatica.
L’utilizzazione della prova in giudizio è un argomento che non deve essere sottovalutato, quindi è assolutamente comprensibile che chi abbia un interesse in tal senso raccolga informazioni in rete per farsene un’idea, ma è indispensabile sapere che ogni branca del diritto ha una propria disciplina per l’acquisizione e l’utilizzazione della prova, e, trattandosi di norme tecniche molto complesse che debbono essere lette e interpretate non perdendo mai di vista i principi fondamentali dell’Ordinamento giuridico, della Carta Costituzionale e – non ultimo – dell’applicazione giurisprudenziale, è impossibile per il comune cittadino non addetto ai lavori comprenderne appieno il funzionamento senza l’ausilio di un professionista.
Ogni singola fattispecie è diversa dalle altre e soltanto l’Avvocato può valutare con cognizione di causa le variabili in gioco ed offrire la soluzione strategica più appropriata per il singolo caso.

La prova digitale nel processo penale, più di qualsiasi altra forma di prova, necessità di un costante aggiornamento sulle nuove tecnologie e della continua ricerca di consulenti specializzati, ma qualche piccola accortezza alla portata di tutti potrebbe rivelarsi davvero preziosa

Avere uno smartphone sempre con sé  significa poter registrare un audio in ogni occasione in cui siamo presenti (come sappiamo anche senza il consenso del nostro interlocutore) ma allo stesso tempo significa anche essere molto prudenti e meno spontanei nelle espressioni adoperate, perché in teoria potremmo essere a nostra volta registrati.
Da qui forse l’abitudine che tutti noi abbiamo sviluppato ad abbassare il tono della voce quando nel corso della conversazione vengono affrontati temi sensibili che dovrebbero restare riservati.
Certo è che quando la passione prende il sopravvento sulla ragione, diviene assai più difficile contenersi e sono proprio quelle le occasioni in cui si consumano le condotte che i Tribunali sono chiamati a giudicare, e in quelle occassioni – generalmente – è raro avere la lucidità, la prontezza o anche soltanto la possibilità di attivarsi per la precostituzione della prova.

Se ciò avviene e si riesce a registrare un file audio o a scattare una fotografia, sarà opportuno rivolgersi al più presto ad un Avvocato esperto in tecnologie digitali, così che possano essere adottate tutte le cautele e le buone prassi per l’acquisizione e la conservazione della prova da utilizzare in ambito forense

Anche nel caso in cui si possa pianificare in anticipo una strategia di acquisizione della prova, è consigliabile consultarsi con un professionista della materia, poiché non sempre quello che crediamo “incontestabile” riesce a reggere di fronte alle eccezioni presentate dai contraddittori in un’Aula di Giustizia.
In tali circostanze la prova, proprio perché “provocata” deve essere acquisita con ancora maggiore perizia, così che ogni tentativo di disconoscimento di genuinità resti precluso e se ne possa fruire nella istruttoria del processo.
Tra gli innumerevoli esempi che si potrebbero fare, si pensi ad una chat di messaggistica istantanea: qual’è il modo probatoriamente più efficace per documentare in giudizio lo scambio di messaggi?
Trattandosi di file archiviati sul dispositivo, verrebbe da dire la consegna del dispositivo, ma ci sono altre modalità meno punitive (perché privarsi del proprio dispositivo?) e altrettanto se non maggiormente sicure in termini di efficacia probatoria.
L’attendibilità della prova dipenderà in buona misura dal grado di manipolabilità di quanto prodotto in giudizio rispetto a quanto archiviato al supporto sul quale si è originariamente formata la prova: più sarà semplice modificare il file che si intende presentare a sostegno delle proprie ragioni e minore sarà la sua efficacia probatoria.


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COVID-19, autocertificazione e articolo 650 C.P.

Risponde del reato previsto e punito dall’art. 650 del codice penale chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene

di Debora Zagami

Si rimanda all’articolo pubblicato su questo blog “Il fatto-reato nell’ordinamento italiano” per comprendere la distinzione tra i delitti e le contravvenzioni e si richiama la massima attenzione del lettore alla circostanza che anche le contravvenzioni rappresentano  fattispecie di reato, con tutte le conseguenze del caso (anche in termini di iscrizione nel certificato del Casellario Penale – la c.d. fedina penale).
La contravvenzione disciplinata dall’art. 650 del codice penale  appartiene a quelle norme tecnicamente definite “norme penali in bianco”, poiché per valutarne l’applicabilità al caso materiale che si presenta nella vita di tutti i giorni si deve necessariamente fare riferimento ad un elemento futuro ed esterno rispetto alla norma: il provvedimento legalmente dato dall’Autorità.
Il provvedimento è una pronuncia che prescrive uno o più comportamenti in relazione a determinate contingenze e le ragioni per le quali può essere legalmente emesso sono ricomprese in un elenco tassativo, con la conseguenza che non potrà configuarsi il reato quando l’inosservanza riguarda provvedimenti emessi per motivi diversi da quelli previsti dall’art. 650 del codice penale.
Per comprendere se la condotta di inosservanza può configurare il reato previsto e punito dall’art. 650 del codice penale è quindi necessario analizzare il testo del provvedimento che impone determinati comportamenti per motivi di igiene.

Evitare ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dai territori

di cui al presente articolo, nonché all’interno dei medesimi territori, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute.

Gli spostamenti consentiti sono raggruppati in tre macro categorie che descrivono in via molto generica le condotte ammesse e saranno i singoli casi sottoposti al vaglio delle Autorità a segnare la linea interpretativa.
Il Ministero dell’Interno ha stilato un utile vademecum riepilogativo delle condotte ammesse e di quelle vietate (a piè di pagine è possibile scaricare il file pdf).
Mentre non sorgeranno particolari problematiche per gli spostamenti motivati da ragioni di salute, potranno generarsi questioni rispetto alla utilizzazioni del termine “comprovate” per tratteggiare i caratteri delle esigenze lavorative. Ebbene per sciogliere ogni dubbio sarà utile distinguere tra il lavoro autonomo e quello subordinato, poiché appare abbastanza evidente che il lavoratore autonomo (soprattutto se è un libero professionista-prestatore d’opera intellettuale) potrà dimostrare le esigenze lavorative attraverso il proprio status, senza dover essere costretto a procurarsi un riscontro specifico.
Certamente le maggiori criticità interpretative discenderanno dalla interpretazione degli spostamenti motivati da situazioni di necessità: poiché si tratta di un concetto assolutamente soggettivo, soltanto una lettura di insieme del provvedimento può offrire dei riferimenti certi per definire la categoria “necessità” e ricondurla ai bisogni essenziali dell’individuo e della propria vita quotidiana.

Al momento del controllo sul territorio,

la persona fermata dovrà sottoscrivere un’autocertificazione

Dichiarare il falso sulle proprie generalità o sui motivi alla base dello spostamento, potrà comportare per la persona controllata un procedimento penale per falsa attestazione o dichiarazione a un Pubblico Ufficiale.
Suggeriamo pertanto la massima prudenza nel fornire le motivazioni dei propri spostamenti e nella compilazione dell’autocertificazione, poiché il delitto di false attestazioni (art. 495 c.p.) è un reato assai più grave della contravvenzione di inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità (art. 650 c.p.) e, cosa da non sottovalutare, le due fattispecie potranno concorrere tra di loro, con la consguenza che in caso di denuncia-trasmissione della notizia di reato e iscrizione di procedimento penale, la persona potrebbe essere chiamata a difendersi da entrambe le imputazioni.


Vademecum del Ministero dell’Interno

Modulo di Autocertificazione

Dati ufficiali dei controlli

registrazione-conversazione

Registrazione di conversazione tra presenti

registrazione-conversazione

Verba volant, scripta manent

Per migliaia di anni questa antica locuzione latina ha sintetizzato nel migliore dei modi il senso di evanescenza caratteristico dei discorsi fatti a voce, rispetto alla inconfutabilità dei concetti espressi in forma scritta, suggerendo prudenza a chiunque si accinge a mettere per iscritto i pensieri o le parole, al cui peso non sarà più possibile sottrarsi se non incorrendo nelle relative responsabilità.
Le nuove tecnologie hanno impresso una svolta radicale nelle vite di ciascuno di noi, facilitandoci l’esistenza, ma – al contempo – rendendo assai più “tracciabili” i nostri comportamenti e sempre meno elubilibili le conseguenze che ne possono scaturire.
Motivo, questo, per cui oggi, anche durante i colloqui verbali è consigliabile un utilizzo ponderato delle parole, le quali debbono essere pronunciate con la medesima prudenza un tempo riservata agli accordi raggiunti per iscritto, poiché non è mai possibile escludere che un partecipante alla conversazione ne stia registrando il contenuto con il proprio smartphone, o con altro dispositivo elettronico (tablet, registratore digitale ecc.).
Tale condotta è assolutamente lecita nel nostro ordinamento, a condizione – è bene ribadirlo – che colui che effettua la registrazione sia anche il destinatario della comunicazione o comunque un soggetto partecipante al colloquio nell’ambito del quale è avvenuta la comunicazione.
A questo proposito, e anche per distinguere la registrazione dalla intercettazione, la giurisprudenza ha costantemente recepito l’orientamento secondo il quale “la registrazione fonografica di un colloquio, svoltosi tra presenti o mediante strumenti di trasmissione, ad opera di un soggetto che ne sia partecipe, o comunque sia ammesso ad assistervi, non deve essere ricondotta, quantunque eseguita clandestinamente, alla nozione di intercettazione, costituendo forma di memorizzazione fonica di un fatto storico, della quale l’autore può disporre legittimamente, salvi gli eventuali divieti di divulgazione del contenuto della comunicazione che si fondino sul suo specifico oggetto o sulla qualità rivestita dalla persona che vi partecipa”.

Rispetto ai divieti di divulgazione, si ricorda che è stato recentemente introdotto il delitto  “diffusione di riprese e registrazioni fraudolente” disciplinato dall’articolo 617-septies del codice penale (in vigore dal 26 gennaio 2018)

In tal caso, la condotta che si è voluta incriminare non è la registrazione carpita in modo occulto, ma la sua diffusione, effettuata con la specifica finalità di danneggiare l’immagine o la reputazione altrui.
Il legislatore ha infatti previsto espressamente l’esclusione della punibilità nei casi in cui la diffusione delle riprese o delle registrazioni fraudolente derivi in via diretta ed immediata dalla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario, o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca.
Infine, è opportuno precisare che neanche il luogo in cui si svolge la conversazione può incidere sulla liceità della registrazione ed il conseguente possibile utilizzo in sede processuale.
La Suprema Corte di Cassazione ha più volte ribadito che è consentita l’utilizzazione di una registrazione occulta di una conversazione tra presenti, ovunque essa si svolga, anche in un luogo considerato “privata dimora” del soggetto registrato (abitazione, ufficio, luogo di lavoro ecc.) sulla scorta del principio secondo cui quando un soggetto comunica ad altri notizie che riguardano la sua sfera personale, egli accetta il rischio della propagazione  e se egli decide di disporre delle notizie, il suo atto non può pretendere maggiore tutela solo perché è compiuto in un ambiente considerato “privata dimora”.

Allorché si tratti dello studio professionale dell’avvocato, al principio di inviolabilità del domicilio si aggiunge quello della inviolabilità del diritto di difesa

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 19278 del 13 ottobre 2017 ha inibito in assoluto la possibilità di registrare conversazioni, sia pure tra presenti, quando la registrazione venga effettuata all’interno di una privata dimora da parte di un terzo, non titolare della stessa e abbia ad oggetto un colloquio difensivo, statuendo che tale condotta si traduce in un’inammissibile intromissione negli ambienti tutelati dalla Carta Costituzionale e nella violazione del diritto di difesa e alla riservatezza del cliente.


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La diffamazione ai tempi dei social network

Chi offende la reputazione altrui comunicando con più persone, commette il reato di diffamazione

di Debora Zagami

Affinché si possa ritenere configurato questo tipo di reato è necessario che la persona nei confronti della quale è rivolta l’offesa non sia presente e che l’offesa sia comunicata ad almeno altre due persone (anche non contestualmente).
L’offesa pronunciata in presenza della persona fino a poco tempo fa costituiva il reato di ingiuria, ma a seguito della depenalizzazione in vigore dal 6 febbraio 2016, l’ingiuria non è più perseguibile penalmente, restando tuttavia una condotta illecita di natura civile che può comportare la condanna per l’offensore al risarcimento del danno da corrispondere alla persona offesa.
Il reato di diffamazione, a differenza dell’ingiuria, ha mantenuto la rilevanza penale, proprio in ragione della maggiore incidenza sul bene tutelato (l’onore) della condotta che lo caratterizza: manifestandosi in assenza della persona offesa, a quest’ultima non è data la possibilità di difendersi.
Il reato di diffamazione è punito con una pena più severa quando l’offesa è recata con il mezzo della stampa, o con altro mezzo pubblico.
La tutela della reputazione, intesa come la stima e la considerazione in cui si è tenuti dagli altri consociati, cede il passo davanti al c.d. diritto di critica, che rappresenta la forma più concreta della libertà di pensiero tutelata dall’art. 21 della Costituzione, secondo cui tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Naturalmente ci sono dei limiti all’esercizio del diritto di critica e mai, in nessuna circostanza, è consentito prendere a pretesto la situazione per scagliare un attacco contro la persona, anziché contro gli argomenti della persona.
La diffamazione è un reato procedibile a querela e i termini (tre mesi) per la presentazione decorrono dal momento in cui la persona offesa viene in qualsiasi modo a conocenza del fatto offensivo.

La recente diffusione delle varie tipologie di social network e degli altri contenitori tipo blog, articoli on-line con la possibilità di inserire commenti o recensioni, ha inevitabilmente acuito il contezioso, poiché quelle che un tempo erano opinioni espresse verbalmente (verba volant), oggi sono enunciati scritti la cui diffusione è completamente sottratta al controllo di colui che li ha generati

Basti pensare alle opinioni espresse su un gruppo whatsapp ed alla potenziale diffusione tramite inoltro e screenshot di quanto viene scritto, per avere la misura di quanto le moderne tecnologie richiedano un utilizzo meditato e prudente.


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L’omissione di soccorso

Nell’ordinamento italiano l’omissione di soccorso è un delitto disciplinato in via generale dal codice penale

L’articolo 593 prevede la reclusione fino a un anno o la multa fino a 2.500 euro per chi, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un’altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all’Autorità, ovvero, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità.
Occorre però evidenziare che i casi più frequenti di omissione di soccorso sono quelli che possono verificarsi in occasione degli incidenti stradali.
L’articolo 189 del Codice della Strada, intitolato “comportamento in caso di incidente”, prevede un’ipotesi peculiare di omissione di soccorso, un delitto imputabile all’utente della strada che non tenga il comportamento richiesto dalla norma ogniqualvolta l’incidente sia ricollegabile al suo comportamento.
In tali circostanze la persona ha l’obbligo di fermarsi e di prestare l’assistenza occorrente a coloro che, eventualmente, abbiano subito danno fisico.
L’utente della strada (si badi bene, non solo il conducente di un veicolo, ma anche il passeggero o addirittura il semplice pedone che sia protagonista ma non vittima di un sinistro – in questo caso il pedone attraversando fuori dalle strisce pedonali aveva provocato la caduta di un motociclista ed era scappato) che rimane coinvolto in un incidente ha il dovere di fermarsi per fornire le proprie generalità e per prestare assistenza, e ciò a prescindere dalla responsabilità rispetto alla verificazione del sinistro.

L’inadempimento a tali doveri costituisce la condotta materiale che può dare corso alla responsabilità per le ipotesi di reato previste dall’articolo 189 del Codice della Strada, anche quando le attività di assistenza siano delegate a terze persone o sia ipotizzato che altri soggetti stiano fornendo il soccorso

E’ importante ricordare che recentemente il legislatore ha ampliato lo spettro dei doveri imposti agli utenti della strada, introducendo sanzioni di carattere amministrativo per le persone coinvolte in un incidente con danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti che non si attivino per assicurare il tempestivo intervento di soccorso agli animali  che  abbiano  subito  il  danno.


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fatto-reato-oridinamento-italiano

Il fatto-reato nell’ordinamento italiano

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Nell’ordinamento italiano sono classificabili come reati tutti i fatti previsti come tali dalle leggi (codice penale o legislazione speciale)

Questo principio, meglio conosciuto come principio di “legalità” è contenuto nell’articolo 1 del codice penale, secondo cui “Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite”.
I reati a loro volta si distinguono in delitti e contravvenzioni, a seconda della pena prevista in caso di condanna, ma in entrambi i casi si tratta di fatti posti in essere da una persona, o con una azione, facendo qualcosa di vietato dalla norma (reato commissivo) o con una omissione, non facendo qualcosa che sarebbe stato obbligatorio fare a norma di legge  (reato omissivo).
Vengono definiti delitti quei reati per i quali è prevista la pena della reclusione (c.d. pena detentiva) o della multa (c.d. pena pecuniaria); sono contravvenzioni i fatti-reato per i quali la pena detentiva è l’arresto, mentre la pena pecuniaria è l’ammenda.

Nel linguaggio comune si è diffusa l’abitudine a chiamare impropriamente contravvenzioni anche le violazioni di norme di natura amministrativa (es. violazioni al codice della strada) e ciò, inevitabilmente, genera una comprensibile confusione in chi si trova ad essere imputato per un reato di natura contravvenzionale (es. molestie telefoniche) e tende a sminuire la gravità della propria condotta

Oltre all’aspetto materiale, cioé il fatto per come si manifesta all’esterno (es. la morte di un essere umano nel delitto di omicidio o il “maltolto” nel delitto di truffa) il fatto-reato, proprio perché posto in essere da una persona attraverso una determinata condotta, è caratterizzato dalla situazione psicologica del soggetto agente, ossia la persona che agisce (o non agisce come dovrebbe): l’elemento soggettivo del reato.
Trattandosi di elemento che afferisce alla interiorità psichica del soggetto agente, il suo accertamento è talvolta assai difficoltoso.
La condotta potrà essere volontaria, e allora il fatto-reato sarà di natura dolosa, oppure semplicemente colposa, quando cioè il soggetto agisce senza la volontà di cagionare l’evento fatto-reato, ma questo si realizza per la mancata osservanza delle regole della diligenza, della prudenza e della perizia.
I fatti-reato che aggrediscono beni comunemente percepiti come inviolabili (l’integrità fisica, il patrimonio, la fede pubblica ecc.) si distinguono, nell’immaginario comune, da quelli che non incidono direttamente sulla singola sfera individuale, ma sono altrettanto deleteri per la collettività e dunque vengono sanzionati alla medesima stregua (reati ambientali, violazioni edilizie, crimini finanziari ecc.).
L’ordinamento italiano non prevede una misura fissa della pena quale conseguenza del reato, ma fornisce un minimo e un massimo entro il quale il Giudice dovrà orientarsi tenendo conto di tutte le variabili del caso specifico.
Motivo questo per cui è decisamente inopportuno effettuare previsioni sugli esiti di un processo, poiché, lo si ridabisce, ogni caso è diverso e a sé stante.


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Quando comincia a decorrere il termine della prescrizione nel reato di appropriazione indebita?

Non sempre coincidono il momento in cui viene posta in essere la condotta di appropriazione, costituito dall’iniziare a detenere la cosa come se fosse propria (c.d. interversione del possesso) e il momento in cui si verifica l’evento di appropriazione, costituito dalla manifestazione della volontà dell’agente di fare propria la cosa.

Il reato di appropriazione indebita si consuma nel momento dell’azione, cioè quando il soggetto comincia a tenere la cosa come se fosse il proprietario, e si perfeziona con il verificarsi dell’evento costituito dal momento in cui la vittima del reato (la c.d. persona offesa) viene a conoscenza dell’avvenuta appropriazione in suo danno.

L’evento appropriazione, in questi casi, si realizza quando la parte offesa subisce il danno della mancata restituzione.