Assegno di mantenimento per i figli

Cosa accade al compimento della maggiore età?

di Alessandro Piermarini

In base all’art. 315 bis del codice cvile “Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”.
Ne deriva, quindi, un dovere per entrambi i genitori di contribuire al mantenimento del figlio.
Cosa accade al compimento della maggiore età del figlio? Questo dovere cessa o i genitori devono comunque continuare a contribuire al mantenimento del figlio una volta che questi raggiunga, a 18 anni, la maggiore età?
Per la Suprema Corte di Cassazione il dovere dei genitori di mantenere i figli non cessa con la maggiore età, ma permane fin quando questi non conseguono un reddito che li renda autosufficienti.

I genitori dovranno quindi mantenere i figli che abbiano deciso di intraprendere un percorso di studi, successivo al diploma e, quindi, anche se i figli hanno compiuto la maggiore età.

E’ infatti il percorso di studi prescelto che consentirà al figlio di guadagnare e rendersi autosufficiente.
Una volta terminati gli studi cosa accade?
La domanda è di forte attualità, anche in considerazione della crisi economica che imperversa di questi tempi e delle oggettive difficoltà a trovare un impiego.
I Giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno esaminato la questione rappresentando quanto segue:

  • il figlio, una volta compiuto il percorso di studi, deve impegnarsi per trovare un lavoro e per rendersi autonomo;
  • esiste un limite oltre il quale non vige l’obbligo dei genitori di mantenere i figli: dopo il compimento da parte del figlio dei 30/35 anni può ritenersi cessato l’obbligo di mantenere i figli, anche per coloro che dovessero avere scelto un percorso di studi più lungo e complesso.

Ove permanga lo stato di non autosufficienza per mancanza di impiego, deve valutarsi se lo stato di disoccupazione dipende dalle cricità del mercato del lavoro oppure dalla inerzia o colpa del figlio.

E’, infatti, dovere del figlio fare quanto in suo potere per trovare una occupazione, sia attivandosi che acquisendo le competenze necessarie richieste dal mercato del lavoro.

Più avanza l’età del figlio, più aumenta il grado di presunzione che la mancanza di un lavoro sia determinata da sua colpa.

La ricerca del lavoro va svolta dal figlio senza velleità non compatibili con il mercato del lavoro e, tale indicazione, vale a prescindere dalle situazioni economiche, agiate o più modeste, della famiglia di origine.
Per la Suprema Corte il concetto di capacità lavorativa intesa come adeguatezza a svolgere un lavoro remunerato si acquista con la maggiore età, la quale  presuppone l’autonomia “ed attribuisce piena capacità lavorativa, da spendere sul mercato del lavoro, tanto che si gode della capacità di agire (e di voto)”.
Se è vero che i tempi si allungano con gli studi universitari, vige comunque un divieto di “abuso del diritto”.
La cessazione dell’obbligo al mantenimento dei figli maggiorenni deve, pertanto, essere fondata su un accertamento che di fatto riguarda l’età, il conseguimento di competenze professionali e tecniche, l’impegno per la ricerca di una occupazione lavorativa e la condotta personale tenuta dal maggiorenne.

 


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La garanzia legale del venditore

Che cosa deve garantire il venditore e quali sono i tempi entro i quali è possibile richiedere l’intervento in garanzia?

di Ofelia Oliva

Il Codice del Consumo agli artt. 128 e seguenti stabilisce che il venditore ha l’obbligo di consegnare al consumatore beni conformi al contratto di vendita e che è responsabile entro due anni dalla consegna per i difetti di conformità del bene, denunciati dal consumatore entro due mesi dalla scoperta.

Pertanto la garanzia legale opera dal momento dell’acquisto/consegna per due anni (24 mesi) a cui vanno anche aggiunti gli ulteriori due mesi previsti per denunciare il difetto di conformità del bene, quindi si applica per un periodo complessivo di due anni e due mesi (totale 26 mesi)

La garanzia legale copre i difetti esistenti al momento della consegna, quindi è necessario conservare sempre la prova di acquisto, ricevuta fiscale e/o scontrino, come è opportuno fare una fotocopia di questi documenti (ricevuta/scontrino) per evitare che gli originali si scolorino con il passare del tempo, durante l’intero periodo di vigenza della garanzia.
Per difetti di conformità del bene si intendono: prodotti difettosi che funzionano male o che non rispondono all’uso dichiarato dal venditore o al quale il bene è generalmente destinato.
Per essere conforme un bene deve essere:

  • idoneo all’uso al quale servono beni dello stesso tipo;
  • idoneo all’uso voluto dal consumatore, dichiarato al venditore al momento della vendita e da questi accettato;
  • conforme alla descrizione fatta dal venditore o dal produttore e possedere le qualità descritte;
  • possedere le qualità mostrate attraverso un campione o un modello;
  • in caso il prodotto preveda l’installazione ed il difetto di conformità derivi da una imperfetta installazione del bene, quando l’installazione è compresa nel contratto di vendita la non corretta installazione è equiparata al difetto di conformità del bene.

La normativa prevede due tipi di garanzia.

La garanzia legale che è obbligatoria ed è prestata dal venditore

E’ quindi il venditore il soggetto direttamente responsabile a cui il consumatore deve rivolgersi per primo e non appena (entro 2 mesi dalla scoperta) evidenzia difetti di conformità del bene. L’art. 131 del Codice del Consumo prevede per il venditore la possibilità di rivalersi a sua volta sul responsabile del difetto di conformità tramite la cd. azione di regresso.

La garanzia commerciale (o convenzionale) che è facoltativa, si aggiunge a quella legale e, una volta prevista, è prestata dal produttore.

In base all’art. 133 del Codice del Consumo è prevista la possibilità di offrire gratuitamente o a pagamento una garanzia convenzionale.
Si tratta di una garanzia offerta dal produttore che si aggiunge alla garanzia legale, senza limitarla o escluderla, comprendendo servizi aggiuntivi di assistenza. E’ facoltativa e libera nella durata, nell’oggetto e nell’estensione territoriale; non può limitare i diritti del consumatore previsti dalla granzia legale ma solo ampliarli. La garanzia convenzionale vincola chi la offre secondo le modalità indicate nella dichiarazione di garanzia medesima o nella relativa pubblicità.
Il consumatore che intende far valere i propri diritti in materia di garanzia legale deve rivolgersi direttamente al venditore del bene e, in base all’art. 130 del Codice del Consumo, in caso di difetto di conformità il consumatore ha diritto al ripristino, senza spese, della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione (art. 130, commi 3, 4, 5 e 6) ovvero ad una riduzione adeguata del prezzo o alla risoluzione del contratto (art. 130, commi 7, 8 e 9).

Il consumatore può chiedere, a sua scelta, al venditore di riparare il bene o di sostituirlo, senza spese in entrambi i casi, salvo che il rimedio richiesto sia oggettivamente impossibile o eccessivamente oneroso rispetto all’altro

Inoltre le riparazioni o le sostituzioni devono essere effettuate entro un congruo termine dalla richiesta e non devono arrecare notevoli inconvenienti al consumatore, tenendo conto della natura del bene e dello scopo per il quale il consumatore ha acquistato il bene stesso.
Sempre in base all’art. 130, dopo la denuncia del difetto di conformità, il venditore può offrire al consumatore qualsiasi altro rimedio disponibile, con i seguenti effetti:

  • qualora il consumatore abbia già richiesto uno specifico rimedio, il venditore resta obbligato ad attuarlo, con le necessarie conseguenze in ordine alla decorrenza del termine congruo (di cui al comma 5 art. 130), salvo accettazione da parte del consumatore del rimedio alternativo proposto;
  • qualora il consumatore non abbia già richiesto uno specifico rimedio, il consumatore deve accettare la proposta o respingerla scegliendo un altro rimedio.

Un difetto di conformità di lieve entità per il quale non è stato possibile o è eccessivamente oneroso esperire i rimedi della riparazione o della sostituzione, non dà diritto alla risoluzione del contratto

Nel caso di difetti che si manifestano nei primi sei mesi dalla data di consegna del bene, l’art. 132, co, 3. sancisce che: “Salvo prova contraria, si presume che i difetti di conformità che si manifestano entro sei mesi dalla consegna del bene esistessero già a tale data, a meno che tale ipotesi sia incompatibile con la natura del bene o con la natura del difetto di conformità”
Si precisa che la garanzia legale di conformità è obbligatoria e inderogabile, sono quindi illegittime le clausole contrattuali che escludono o limitano diritti del consumatore in quest’ambito.


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Covid: trasporti e prevenzione nella fase 2

di Ofelia Oliva

La regolamentazione del trasporto pubblico e privato nella c.d. fase 2 dell’emergenza Covid-19

Fino al 2 giugno 2020 erano consentiti soltanto gli spostamenti al di fuori della propria regione per ragioni di lavoro, assoluta urgenza o per motivi di salute propri o di un parente stretto. A partire dal 3 giugno sono di nuovo consentiti gli spostamenti interregionali.
A decorrere dal 3 giugno è quindi divenuto possibile spostarsi in Italia tra diverse regioni e, venendo meno questa limitazione, non è di conseguenza più necessario dotarsi di autocertificazione durante gli spostamenti. Permangono invece restrizioni, per far rispettare il distanziamento sociale allo scopo di prevenire la diffusione del coronavirus, che si applicano anche in ambito di trasporto pubblico e privato.
Le regole anti-Covid sul trasporto privato prevedono una prima distinzione: se si tratta di persone appartenenti allo stesso nucleo familiare o meno, permanendo in taluni casi ancora la regola generale dell’obbligo di indossare la mascherina e mantenere la distanza di sicurezza nell’abitacolo.
Sotto questo profilo, le persone appartenenti allo stesso nucleo familiare non hanno particolari restrinzioni, possono spostarsi in auto insieme senza limitazioni, pertanto in macchina potranno viaggiare tanti passeggeri quanti sono quelli consentiti dalla vettura. In sostanza è possibile trasportare il numero di passeggeri per cui è omologata l’auto.
Le FAQ del governo esplicitano che, col termine “nucleo familiare”, si intende chi abita nello stesso alloggio, indipendentemente dai vincoli di parentela o di matrimonio. Pertanto, se si è parenti ma non si vive nello stesso alloggio, come nel caso di nonni e nipoti, non si può essere più di due nell’abitacolo non essendo residenti nella stessa casa.
Inoltre, per quanto riguarda gli spostamenti in macchina con gli amici: se si tratta di amici non conviventi questi possono viaggiare e spostarsi assieme in macchina ma debboo rispettare le regole sul distanziamento, ad esempio su una utilitaria possono essere trasportate 3 persone, il conducente e due passeggeri, seduti distanziati.
Ricordiamo che la mascherina resta ancora obbligatoria per tutti nel caso di persone non appartenenti allo stesso nucleo familiare, quindi residenti nello stesso alloggio.
Le regole antiassembramento sono previste dall’allegato 15 al DPCM 17 maggio sul trasporto pubblico, assimilando la macchina al taxi (il mezzo più simile all’auto privata).

La regola generale per i passeggeri non conviventi, è la presenza solo guidatore nella parte anteriore della vettura e di due passeggeri al massimo per ciascuna ulteriore fila di sedili posteriori, lasciando il posto centrale vuoto (in una vettura in cui ogni fila ha tre posti) per consentire il distanziamento sociale, con obbligo per tutti i passeggeri di indossare la mascherina

Chi non indossa la mascherina rischia una sanzione di 533 euro (riducibili, se la multa viene pagata entro 5 giorni, a 373,34 euro)
Se nell’auto viene installato un separatore fra zona anteriore e posteriore del veicolo, viene meno l’obbligo di indossare la mascherina: in questo caso è ammessa la presenza del solo guidatore nella fila anteriore e di un solo passeggero per la fila posteriore.
Passando ai mezzi pubblici qui gli accessi sono previsti contingentati per assicurare il rispetto del distanziamento interpersonale e la mascherina resta sempre obbligatoria. Inoltre sono state previste norme specifiche in ambito di sanificazione dei mezzi di trasporto pubblico.
Moto e scooter sono molto utili per snellire il traffico, ma le regole sembrano essere poco chiare. Chi viaggia da solo può non indossare la mascherina considerando che porta comunque il casco.
Se si viaggia invece in due e non si è conviventi l’obbligo della mascherina dovrebbe persistere, in particolare quando si utilizzano caschi non integrali che, quindi, lasciano scoperta una parte del viso.
Regole a parte è quanto mai opportuno ricordare che l’utilizzo delle mascherine ed il distanziamento interpersonale sono volti a limitare al massimo la diffusione del virus, pertanto ciascuno dovrebbe agire attenendosi spontaneamente ed applicando volontariamente criteri di massima cautela, a prescindere dai divieti pure vigenti.


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Misure per persone e famiglie in difficoltà

di Ofelia Oliva

Esaminiamo le principali misure (bonus, agevolazioni, riduzioni, esenzioni, sconti, ecc) adottate dal Governo per l’anno 2020 in favore delle persone e delle famiglie in difficoltà.

Esenzione Canone Rai over 75 anni

Si tratta di una esenzione che prevede un requisito di età e di reddito.
Infatti, i cittadini che hanno compiuto 75 anni ed il cui reddito annuo  (proprio e del coniuge) non supera gli 8.000 euro, senza conviventi titolari di un reddito proprio possono presentare una dichiarazione sostitutiva con cui attestano il possesso di questi requisiti per essere esonerati dal pagamento del canone TV. Dai conviventi sono esclusi i collaboratori domestici, colf e badanti che, quindi, anche se conviventi non si considerano.
L’agevolazione compete per uno o più apparecchi televisivi nell’abitazione di residenza, non compete per l’apparecchio televisivo ubicato in luogo diverso da quello di residenza.

Agevolazioni per i servizi di rete fissa-Telecom (Servizio Universale)

Si tratta di esenzioni a cui hanno diritto chi ha un reddito familiare basso o chi ha una disabilità. Ogni utente ha diritto ad essere connesso alla rete fissa. Il Servizio Universale è l’insieme dei servizi messi a disposizione di tutti gli utenti finali a un livello qualitativo stabilito e a un prezzo accessibile, indipendentemente dalla posizione geografica. La disciplina del Servizio Universale è definita dal Codice delle comunicazioni elettroniche (artt. 43-64).

Bonus telecom per reddito

Ne hanno diritto i nuclei familiari che hanno un ISEE familiare non superiore a 8.112,23 euro all’anno e comporta una riduzione del canone Telecom del 50% che consente di far scendere la spesa mensile da euro 19 ad euro 9,5. Inoltre sono previsti anche 30 minuti gratuiti al mese di telefonate verso tutte le numerazioni nazionali fissi e mobili. Possano essere attivate soluzioni “unbundle”: servizi scollegati da ogni altro. In pratica l’utente, così l’utente cha ha attive altre offerte TIM può ugualmente ottenere la sola fonia in modo da usufruire dell’agevolazione.
L’agevolazione è valida anche per i nuclei familiari di anziani al di sopra dei 75 anni, per i percettori di pensioni sociali o di invalidità e per i capifamiglia disoccupati.
L’agevolazione ha una durata pari alla scadenza di validità dell’attestato ISEE, il 15 gennaio dell’anno successivo al rilascio dell’attestato, il rinnovo dell’agevolazione è annuale.
TIM ha esteso l’agevolazione del 50% anche al servizio di accesso ad internet a banda larga – offerta internet Alice (connessione 7 mega Adsl).

Bonus telecom per utenti affetti da sordità

Ne hanno diritto e sono esenti dal pagamento del canone di abbonamento al servizio telefonico due categorie di soggetti:
⁃ gli abbonati residenziali sordi
⁃ gli abbonati residenziali nel cui nucleo familiare sia presente un soggetto sordo,
La domanda per l’agevolazione va presentata dall’utente all’operatore che fornisce il servizio al momento della sottoscrizione del contratto o in qualsiasi momento successivo del rapporto contrattuale, allegando la certificazione medica rilasciata dalla competente autorità sanitaria pubblica comprovante la sordità. Nel caso in cui la domanda sia presentata da un utente convivente con il soggetto che ne ha diritto deve essere depositata anche la certificazione relativa alla composizione del nucleo familiare.
L’agevolazione ha effetto dal giorno di presentazione della domanda completa della documentazione richesta e resta valida per tutta la durata del rapporto contrattuale. L’utente contraente è tenuto a comunicare immediatamente all’operatore che fornisce il servizio la data in cui il soggetto avente diritto alla agevolazione abbia eventualmente cessato di far parte del nucleo familiare

Agevolazioni per i servizi di rete fissa per persone con disabilità

Riconoscendo che il telefono è uno strumento di comunicazione e di soccorso per le persone con disabilità, Gli operatori che offrono servizi voce e servizi di trasmissione dati da postazione fissa, riconoscono agli utenti sordi, ciechi totali e ciechi parziali, ovvero agli utenti nel cui nucleo familiare sia presente un soggetto sordo, cieco totale o cieco parziale, a prescindere dalla tecnologia e dalla velocità di connessione prescelte dal richiedente, una riduzione del 50% del canone mensile per tutte le offerte flat e semiflat voce e dati e per le offerte di sola navigazione ad internet o la fruizione di almeno 180 (centottanta) ore mensili gratuite di navigazione internet per tutte le proprie offerte di accesso ad internet a consumo.
La domanda per l’agevolazione va presentata dall’utente all’operatore che fornisce il servizio al momento della sottoscrizione del contratto o in qualsiasi momento successivo del rapporto contrattuale, allegando la certificazione medica rilasciata dalla competente autorità sanitaria pubblica comprovante la sordità, la cecità totale e parziale. Nel caso in cui la domanda sia presentata da un utente convivente con il soggetto che ne ha diritto deve essere depositata anche la certificazione relativa alla composizione del nucleo familiare.
L’agevolazione ha effetto dal giorno di presentazione della domanda completa della documentazione richesta e resta valida per tutta la durata del rapporto contrattuale. L’utente contraente è tenuto a comunicare immediatamente all’operatore che fornisce il servizio la data in cui il soggetto avente diritto alla agevolazione abbia eventualmente cessato di far parte del nucleo familiare
il Legislatore ha previsto l’esenzione dal pagamento della tassa di concessione governativa sui telefoni cellulari ed una riduzione del 50% sul canone delle offerte flat internet e telefono oppure la fruizione di almeno 180 ore gratis al mese per le offerte internet a consumo.

I Bonus previsti o confermati per il 2020 sono molti e coprono diversi ambiti, da quello sanitario, tra cui l’esenzione ticket sanitario per reddito e disoccupazione e l’abolizione del superticket sanitario, all’ambito della casa o ancora altri

Tra i più diffusi rientrano:
Ecobonus: detrazioni o sconti pari al 65% o al 50% per chi effettua interventi di risparmio energetico, è prevista una spesa massima di 100 mila euro;
Bonus ristrutturazione: detrazioni del 50% per un massimo di spesa di 96 mila euro;
Bonus verde: detrazione del 36% per riqualificazione urbana su interventi di privati su terrazzi, balconi e giardini;
Bonus finestre e infissi: con detrazione o sconto fino al 50%, da utilizarsi come ecobonus o bonus ristrutturazioni;
Bonus mobili: detrazione pari al 50% per la spesa sostenuta per acquistare mobili o elettrodomestici.
Bonus affitto 2020: è una agevolazione concessa tramite bando emesso dai Comuni, possono parteciparvi i cittadini che rientrano in determinate soglie Isee e se la casa in affitto è l’abitazione principale. Le detrazioni fiscali previste variano in base al tipo di contratto e alle caratteristiche dell’affittuario.
Bonus libri 2020: è una agevolazione pensata per i nuclei familiari svantaggiati che consiste nella istituzione della Carta della Cultura del valore di 100 euro con cui il titolare potrà acquistare libri, anche in versione digitale, da utilizare entro un anno dal suo rilascio.


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COVID-19: le garanzie di stabilità dei rapporti di lavoro subordinato

Brevi riflessioni sui licenziamenti individuali

di Alessandro Orfei

L’attuale inedito scenario tragicamente innescato dalla diffusione pandemica del COVID-19, oltre ad imporre alla collettività profondi sconvolgimenti socio-economici, ha costretto la totalità del comparto produttivo nazionale a soggiacere, impotente, ad un gravoso tributo.
In particolare, nel contesto della delicata emergenza sanitaria, tutte le categorie lavorative, pur dislocate in ambiti territoriali caratterizzati da indici di diffusività virali disomogenei, si trovano (e, purtroppo, si troveranno anche nei prossimi mesi) a doversi tristemente confrontare con radicali sconvolgimenti delle quotidiane abitudini correlate alle regole del vivere comune e – loro malgrado – con un mercato del lavoro estremamente precario e vulnerabile.

In tale ottica ed al fine ultimo di preservare i livelli occupazionali, il Governo, ben conscio della particolare fragilità in tale frangente della categoria dei lavoratori dipendenti, ha sancito – sotto diversi profili – il divieto dei licenziamenti individuali

prevedendo, testualmente, che, sino al 16 maggio 2020 (ovvero entro i 60 giorni dall’entrata in vigore del D.L. 18/2020), “… omissis il datore di lavoro, indipendentemente dal numero dei dipendenti, non può recedere dal contratto per giustificato motivo oggettivo ai sensi dell’articolo 3, della legge 15 luglio 1966, n. 604.” (art. 46), intendendo perciò riferirsi ai licenziamenti motivati da “ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” (in altre parole il c.d. licenziamento per motivi economici).
L’altra ipotesi di limitazione del potere datoriale è contenuta nel secondo comma dell’art. 47 in cui si legge che: “… omissis … fino alla data del 30 aprile 2020, l’assenza dal posto di lavoro da parte di uno dei genitori conviventi di una persona con disabilità non può costituire giusta causa di recesso dal contratto di lavoro ai sensi dell’articolo 2119 del codice civile, a condizione che sia preventivamente comunicata e motivata l’impossibilità di accudire la persona con disabilità a seguito della sospensione delle attività dei Centri di cui al comma 1”.
Infine, all’art. 23, comma 6, del D.L. cit. è fatto divieto licenziare i lavoratori dipendenti del settore privato con figli minori, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, che si astengono dal lavoro nel periodo di sospensione dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado.

Ad eccezione, quindi, dei recessi datoriali intimati per motivi strettamente economici (o in concomitanza delle specifiche ipotesi richiamate agli artt. 23 e 47 cit.), tutte le residuali motivazioni di licenziamento resteranno – sempre ove adeguatamente giustificate – pienamente valide ed efficaci, salva, ovviamente, la possibilità di invocare il sindacato giudiziale

Validi saranno, pertanto, i licenziamenti per la fruizione del pensionamento per la “quota 100”, i licenziamenti dovuti al raggiungimento del limite massimo di età per poter accedere alla pensione di vecchiaia, i licenziamenti determinati dal superamento del periodo di comporto, i licenziamenti per inidoneità del lavoratore alle mansioni affidate, i licenziamenti dei dirigenti, i licenziamenti dei lavoratori domestici (per i quali il recesso opera con effetto immediato), la risoluzione del rapporto di apprendistato al termine del periodo formativo.
Conseguentemente, il recesso comminato in spregio dell’anzidetta decretazione d’urgenza potrà essere impugnato giudizialmente ad istanza del lavoratore per ivi ottenere con ragionevole probabilità la condanna datoriale alla reintegra nella precedente occupazione stante contrarietà del provvedimento espulsivo ad una specifica norma di legge; ne deriva che, il lavoratore destinatario di licenziamento individuale oggettivo, a patto che si attivi per tempo, beneficerà della massima tutela giuridica prevista, ossia quella “reintegra piena”, ex art. 18, comma 1, nonché ai sensi dell’art. 2, comma 1, d.lgs. 4 marzo 2015 n. 23, disposta negli “altri casi di nullità espressamente previsti dalla legge”.

Resta il fatto, però, che in questa complicata prospettiva, pur constatando che fino al 16 maggio (salvo proroghe auspicabili) saranno inibiti tutti i licenziamenti per motivi economici, non può certo ignorarsi che si tratta di misure transitorie idonee a garantire la congrua salvaguardia occupazionale solo laddove seguirà una effettiva ripresa economica

Infatti, si ritiene che, se il divieto di licenziamento oggettivo-economico, non verrà ulteriormente reiterato (cosa che si ritiene altamente probabile), dal 16 maggio si assisterà, purtroppo, ad una lunga serie di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo.
E ciò, soprattutto, nei settori produttivi più esposti alla crisi economica determinata dall’emergenza Covid-19, ossia quelli che da più tempo sono impossibilitati a produrre e vendere i propri beni e servizi.


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La successione ereditaria

Le regole della successione ereditaria e la disciplina dei testamenti

di Ofelia Oliva

Alla morte di una persona si apre la sua successione e vengono individuati coloro che dovranno subentrare (succedere) nel patrimonio del defunto.
Nel termine di un anno dal decesso deve essere presentata la dichiarazione di successione al competente Ufficio dell’Agenzia delle Entrate e in questo atto si devono indicare tutti i beni posseduti dal defunto.

Mancando un testamento, ossia un atto che esprime le ultime volontà del defunto, l’eredità si devolve per legge a coloro che sono definiti chiamati all’eredità: il coniuge, i figli o i parenti fino al sesto grado di parentela, i quali accettando l’eredità diventano  eredi

In mancanza di questi soggetti il patrimonio sarà devoluto allo Stato.
Gli eredi subentrano in tutti i rapporti del defunto, sia attivi che passivi, questo significa che subentreranno anche rispetto ad eventuali posizioni debitorie che gravavano sul defunto.
>Nei casi in cui non è possibile conoscere la situazione patrimoniale del defunto, pertanto, è prevista la possibilità di accettazione con beneficio d’inventario, proprio per evitare che il proprio patrimonio personale venga confuso con quello del defunto.
In questo caso vengono ereditati tutti i crediti e i debiti del defunto e si possono riscuotere tutti i crediti, ma non si è tenuti a pagare debiti o altro di valore superiore al patrimonio ricevuto.
Il codice civile, all’art.490, riporta i requisiti ed il procedimento da seguire per l’accettazione beneficiata.

In sintesi:
  • va presentata innanzi un notaio o ad un cancelliere del competente Tribunale Civile, facendo riferimento al luogo in cui si è aperta la successione;
  • la dichiarazione va inscritta nel Registro delle Successioni presso il Tribunale Civile, ma nel caso in cui ci si rivolga ad un notaio questi curerà la trasmissione degli atti al Tribunale;
  • entro un mese il Cancelliere deve provvedere alla trascrizione della dichiarazione presso l’Ufficio dei Beni Immobili competente e a seguito di tale trascrizione l’erede può procedere al pagamento dei creditori ed a soddisfare eventuali legati;
  • il Cancelliere e’ obbligatorio redigere un inventario dei beni facenti parte dell’eredità.
L’accettazione di eredità con beneficio di inventraio rappresenta un procedimento con regole e tempistiche precise da rispettare, per cui essere seguiti da un professionista può essere opportuno per evitare problemi.
Tornando alla successione in generale, si parla di successione necessaria per indicare i diritti dei c.d. legittimari, ossia quei soggetti legati al defunto da rapporti di stretta parentela e coniugio nei confronti dei quali la libertà testamentaria e di disporre in vita dei propri beni viene limitata dalla legge, per rispondere ad una esigenza sociale di solidarietà tra i congiunti più stretti.
In base alla successione necessaria il patrimonio del defunto ha:
  • una quota c.d. “indisponibile” (o legittima) che per legge è riservata ai legittimari;
  • una quota c.d. “disponibile” di cui il soggetto, in vita, può liberamente disporre.

In base all’art. 536 del codice civile sono legittimari il coniuge, i figli e gli ascendenti ed a questi soggetti spettano quote differenti a secondo della loro esistenza (ad esempio se ci sono uno o più figli, se vi è il coniuge o se partecipano all’eredità gli ascendenti).

In questi casi sono previste quote c.d. “disponibili” o “indisponibili” differenti a seconda della presenza di tali soggetti.
A titolo esemplificativo:

  • esistenza del solo coniuge: 1/2 quota legittima coniuge e 1/2 quota disponibile;
  • esistenza del coniuge e di un solo figlio: 1/3 quota legittima al figlio, 1/3 quota legittima al coniuge e 1/3 quota disponibile;
  • esistenza del coniuge e di più figli: 1/2 quota legittima figli, 1/4 quota legittima coniuge e 1/4 quota disponibile;
  • esistenza del solo coniuge e ascendenti senza figli: 1/2 quota legittima coniuge, 1/4 quota legittima ascendenti e 1/4 quota disponibile.

Quando non c’è un testamento l’eredità si devolve per legge (successione legittima) al coniuge, ai figli e ai parenti fino al sesto grado di parentela

Mancando questi soggetti il patrimonio sarà devoluto allo Stato.
Inoltre, al coniuge spetta sempre il diritto di abitazione sulla casa ove era fissata la residenza familiare, anche nel caso in cui si tratti di una abitazione di proprietà esclusiva del defunto. A tale diritto si affianca anche quello di uso sugli arredi contenuti nell’appartamento.
In estrama sintesi, ai fini della successione si distinguono la successione necessaria e la successione legittima.
La successione necessaria è caratterizzata dall’obbligo di rispettare la quota indisponibile (c.d. legittima) prevedendo che il testatore non possa lederla ignorando i soggetti che ne hanno diritto per legge (c.d. legittimari).
La successione legittima opera invece in assenza delle ultime volontà del defunto e prevede che sia la legge ad indicare gli eredi, individuandoli nelle persone legate da uno stretto rapporto di parentela con il defunto, applicando la regola generale che i parenti più vicini sono preferiti ai più lontani.
La successione legittima può operare anche in presenza di un testamento, ad esempio se questo viene dichiarato nullo o quando il testamento riguarda solo alcuni beni. In quest’ultimo caso svolgendo una funzione “residuale” concorrendo e/o integrando la successione testamentaria.

Il nostro ordinamento prevede la possibilità che una persona lasci un testamento in cui sono contenute le sue volontà

La legge consente a tutte le persone che hanno compiuto la maggiore età (18 anni) di fare testamento, purché siano nel pieno delle proprie facoltà di intendere e di volere al momento della stesura dell’atto.
Quando vi è un testamento la successione si dice testamentaria.
Il testamento e’ un atto con il quale il soggetto dispone dei suoi beni per il periodo di tempo successivo alla sua morte.
Il soggetto che scrive il testamento è chiamato testatore, ma il testamento può essere presentato o anche predisposto da un notaio che, avvenuto il decesso, provvede ad informare i successori circa i loro diritti e sugli adempimenti da eseguirsi.

Per sapere se il defunto ha fatto testamento è possibile effettuare una ricerca presso il Consiglio Notarile Distrettuale del territorio dell’ultimo domicilio del defunto

Il testamento può contenere diverse disposizioni, sia patrimoniali che non patrimoniali, e in base al principio della libertà testamentaria il testatore può cambiare idea e cambiare quindi le volontà  (tutte o solo alcune) contenute nel testamento.

I testamenti possono essere ordinari o speciali

Sono testamenti ordinari:

  • il testamento olografo: ha la forma di una scrittura privata ed è redatto per intero di pugno, datato e sottoscritto dal testatore. Puo’ essere conservato dal testatore o da altra persona di sua fiducia. Il testamento olografo è nullo se manca l’autografia o la sottoscrizione del suo autore, mentre è annullabile in mancanza di altri elementi;
  • il testamento pubblico: viene redatto dal notaio che, alla presenza di due testimoni, riceve le dichiarazioni del testatore, ne trascrive fedelmente il contenuto, dandone lettura sempre in presenza dei testimoni. Il testamento pubblico indica luogo e data del ricevimento e ora della sottoscrizione del notaio, dei testimoni e del testatore. Essendo un atto pubblico costituisce piena prova di quanto avvenuto presso il notaio sino a querela di falso ed è nullo quando manca la forma scritta e notarile, quando manca la sottoscrizione del professionista e del testatore stesso;
  • il testamento segreto: è redatto dal testatore o da un terzo anche con mezzi meccanici, sottoscritto solo dal testatore e consegnato in presenza di testimoni al notaio secondo formalità ben precise. Il testatore consegna difatti la scheda testamentaria sigillata contenente le sue ultime volontà  al notaio che vi appone l’atto di ricevimento, seguito dalla data e dalla sua sottoscrizione, unitamente a quelle dei testimoni e del testatore stesso. Il notaio redige e consegna al testatore un verbale di restituzione ed il testatore può decidere in ogni momento di ritirare la scheda testamentaria. Il testamento segreto è nullo quando manca la forma scritta anche dell’atto di ricevimento, oltre alle mancate sottoscrizioni del notaio e del testatore.

Queste diverse tipologie di testamento non rappresentano una gerarchia, non esiste infatti una forma o una tipologia preferibile rispetto ad un’altra, quello che conta è il momento in cui viene dichiarata la volontà, quindi il testamento successivo prevale sempre sul precedente a prescindere dalla forma utilizzata.
In base ai diversi tipi di testamento si parla anche della c.d. pubblicazione del testamento. La pubblicazione non è requisito di validità o efficacia del testamento ma serve a renderlo conoscibile per destinatari e circa il suo contenuto.
Sotto questo profilo, mentre il testamento pubblico è immediatamente eseguibile in quanto atto pubblico, un testamento olografo o segreto deve essere pubblicato per essere eseguito. In caso di testamento olografo questo può essere comunque eseguito, anche senza essere pubblicato, se gli eredi ne danno spontaneamente esecuzione avendone avuto conoscenza.

Si ricorre in via straordinaria ai testamenti speciali, quando per ragioni eccezionali non è possibile redigere un testamento secondo le modalita e forme ordinarie

Questo eccezionalità delle situazioni giustifica le formalità semplificate adottate e ammesse. Inoltre tale testamento ha una durata temporale diversa e limitata rispetto ai testamenti ordinari: infatti diventa inefficace dopo tre mesi dalla cessazione delle condizioni eccezionali.
Le condizioni eccezionali sono fissate dalla legge e sono identificate dal codice civile nelle seguenti ipotesi:
  • malattia contagiosa;
  • calamità naturale;
  • infortunio;
  • viaggio in nave o a bordo di un aereo;
  • militari e persone al seguito delle forze armate dello Stato.

Infine, il testamento o le singole disposizioni che compongono il testamento possono essere considerate dalla legge invalide ricorrendo specifiche circostanze. Si tratta infatti un atto che, pur lasciato alla libertà del singolo soggetto, comporta importanti conseguenze, a partire da quelle patrimoniali, quindi è sempre opportuno chiedere una consulenza ad un professionista per evitare problematiche future.


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COVID-19: effetti sui contratti di locazione

Gli effetti della normativa emanata per fronteggiare la pandemia COVID-19 si ripercuotono anche sui contratti di locazione commerciale

di Alessandro Piermarini

Attualmente, l’emissione dei provvedimenti in vigore hanno comportato per l’intero territorio nazionale le limitiziani che si possono riassumere come segue:

  • gli spostamenti delle persone in ingresso, in uscita o anche all’interno del territorio sono consentiti solo per comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità o per motivi di salute;
  • sono sospese tutte le attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari, per le farmacie e parafarmacie, per i tabaccai per le edicole e pe i venditori di certi generi di prima necessità; la norma si applica sia a esercizi di vicinato sia nell’ambito della grande e media distribuzione;
  • sono sospese tutte le manifestazioni organizzate, nonché gli eventi in luogo pubblico o privato (…) quali, a titolo d’esempio grandi eventi, cinema, teatri, pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse e sale bingo, discoteche e locali assimilati; nei predetti luoghi è sospesa ogni attività;sono sospese le attività di ristorazione e bar;
  • sono sospese le attività di palestre, centri sportivi, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali, centri culturali, centri sociali, centri ricreativi;
  • viene raccomandato il massimo utilizzo da parte delle imprese di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte a domicilio.

Le misure di limitazione della libertà personale di circolazione sono previste per tutelare la sicurezza nazionale (il diritto alla salute dell’intera cittadinanza e la riduzione delle possibilità e/o cause di contagio dovute all’acclarato stato di pandemia) ma allo stesso tempo hanno un impatto rilevante sugli esercenti delle attività commerciali che devono necessariamente rimanere chiuse.
Minore, ma comunque molto significativo, è anche l’impatto prodotto indirettamente sulle attività coinvolte dalle limitazioni imposte dalle restrizioni alla circolazione degli avventori e clienti e delle modalità di fruizione dell’immobile.
Generalmente, e salvo i casi di proprietà dell’immobile presso il quale viene eserciata l’attività, la disponibilità dei locali è acquisita mediante la conclusione di contratti di locazione o di affitto di ramo d’azienda.

Gli esercenti di queste attività si domandano, in questo frangente tanto incerto, se possano invocare, in assenza di pattuizioni specifiche, una regola di portata generale o un principio di FORZA MAGGIORE per ottenere la sospensione del pagamento dei canoni di affitto o di locazione

Contrariamente a quanto previsto nella disciplina contrattualistica internazionale, il nostro sistema giuridico non conferisce un autonomo e generalizzato rilievo alla forza maggiore come causa legittima di sospensione di una prestazione contrattualmente dovuta e, in ipotesi come quella in esame, si dovranno applicare  le previsioni del codice civile dettate in tema di impossibilità sopravvenuta della prestazione per cause non imputabili alle parti.
In particolare, con riferimento alla sorte delle singole obbligazioni, si deve esaminare il disposto l’art. 1256 del codice civile, il quale prevede:

  • l’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa definitavemente impossibile;
  • in ipotesi d’impossibilità solo temporanea, il debitore, finché perdura l’impossibilità, non sarà responsabile del ritardo nell’adempimento, ma anche in tal caso l’obbligazione si estingue se l’impossibilità si protrae fino a quando il debitore non potrà più essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione, ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla.

Con riferimento agli effetti complessivi nell’ambito di un contratto con prestazioni corrispettive, devono tenersi a mente:

  • l’art. 1463 del codice civile, il quale prevede che la parte liberata per la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta non possa chiedere la controprestazione, e debba restituire quella che abbia già ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione dell’indebito;
  • l’art. 1464 del codice civile, ai sensi dela quale, quando la prestazione di una parte è divenuta solo parzialmente impossibile, l’altra parte ha diritto a una corrispondente riduzione della prestazione da essa dovuta, e può recedere dal contratto qualora non abbia un interesse apprezzabile all’adempimento parziale.

Non vi è dubbio che l’epidemia COVID 19 ed i provvedimenti emanati per il suo contenimento abbiano i requisiti di imprevedibilità ed inevitabilità codificati dalla giurisprudenza impegnata ad analizzare gli eventi che rendono l’inadempimento impossibile

Le previsioni dei vari DPCM che si sono susseguiti nel corso del mese di marzo 2020 costituiscono, indubitabilmente, un c.d. “factum principis” ovvero un provvedimento dell’Autorità che incide in modo inevitabile e radicale sulla realizzabilità del regolamento negoziale e, salvo l’ipotesi di contratti stipulati quando già l’estensione del contagio al territorio nazionale era già evidente, la loro adozione sicuramente non era prevedibile al momento della stipulazione del contratto.
Più problematico, invece, tradurre i divieti disposti dal Governo in termini di impossibilità di una prestazione tipica del locatore o del conduttore, quantomeno nei contratti di locazione commerciale.
Provvedimenti che impediscano la possibilità di svolgere lecitamente l’attività aziendale fanno venir meno l’utilità funzionale che costituisce il “cuore” della prestazione contrattuale dell’affittante, rendendola di fatto impossibile.
Per contro, i divieti non incidono sulla prestazione principale del locatore, ovvero la messa a disposizione di locali.
I divieti in analisi, infatti, non hanno alcuna attinenza all’immobile in cui si svolge l’attività, alle sue caratteristiche o alla sua idoneità all’uso pattuito; essi, piuttosto, incidono direttamente od indirettamente sull’attività del conduttore in modo del tutto indipendente dalla prestazione del locatore.
Del pari, in termini di rigorosa causalità, non può considerarsi scontato che la chiusura temporanea dell’attività (e a maggior ragione l’incidenza indiretta, per le attività non sospese, sulla sua redditività) renda radicalmente impossibile la prestazione principale del conduttore consistente nel pagamento del canone di locazione e delle spese accessorie.

Non è impossibile la prestazione che possa essere adempiuta con la normale diligenza e che, in sede di giudizio, potrebbe non essere ritenuta giustificazione sufficiente la mancanza (o, peggio ancora, la mera riduzione) di ricavi limitata a qualche settimana

È quindi necessaria una ricostruzione in termini più ampi della nozione di impossibilità, nozione che sia in grado di svincolarsi dalle singole prestazioni dedotte in contratto.
Sul punto si richiama la ricostruzione, di ben più ampio respiro, proposta da una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass. civ., sez. III, 10 luglio 2018, n. 18047): la quale ha rigettato un ricorso contro una sentenza di appello in cui veniva riconosciuto ad una coppia il diritto ad ottenere da un tour operator il rimborso di un pacchetto di viaggio di cui non avevano potuto godere per la sopravvenuta grave infermità di uno di essi.
Anche in tal caso le prestazioni tipiche del contratto (il viaggio ed il pagamento del relativo corrispettivo, peraltro già avvenuto) erano e restavano entrambe astrattamente possibili. Ciò che era stato reso impossibile dalla circostanza inattesa e sopravvenuta (l’infermità di uno degli acquirenti del pacchetto) era la possibilità fruizione della prestazione della controparte.
La richiamata sentenza ha quindi affermato il principio che “l’impossibilità sopravvenuta della prestazione si ha non solo nel caso in cui sia divenuta impossibile l’esecuzione della prestazione del debitore, ma anche nel caso in cui sia divenuta impossibile l’utilizzazione della prestazione della controparte, quando tale impossibilità sia comunque non imputabile al creditore e il suo interesse a riceverla sia venuto meno, verificandosi in tal caso la sopravvenuta irrealizzabilità della finalità essenziale in cui consiste la causa concreta del contratto e la conseguente estinzione dell’obbligazione”.
La sentenza, in esame, fa leva sulla valorizzazione, ai fini della qualificazione dell’impossibilità sopravvenuta, della causa del contratto, intesa come  lo scopo pratico del contratto costituente sintesi degli interessi che il negozio è concretamente diretto a realizzare.
Vengono così in rilievo, i motivi che hanno indotto le parti a stipulare il contratto e le finalità da esse perseguite, siano essi condivise o riferibili ad una sola parte ma dall’altra chiaramente riconoscibili: laddove un evento non prevedibile e non imputabile renda non più perseguibili le finalità condivise o riconoscibili che hanno motivato le parti a stipulare il contratto, sostanziandone la causa in concreto, si verifica pur sempre un’impossibilità della prestazione, con conseguente applicazione della relativa disciplina.

In conseguenza della pandemia COVID-19 è quindi ben possibile argomentare che l’impossibilità sia sostanziata dal venir meno, per effetto delle sospensioni disposte, della possibilità del conduttore di fruire della prestazione del locatore

Individuato questo principio generale, bisogna capire come esso sia applicabile nel caso in cui, come quello attuale, l’impossibilità della prestazione sia solo temporanea in un contratto per sua natura ad esecuzione continuata, come la locazione e l’affitto.
A tal riguardo si ritiene opportuno richiamare i principi interpretativi che emergono dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia di rapporti di lavoro subordinato, nel caso in cui vengano meno, per circostanze esterne ed imprevedibili, le condizioni per la fruizione da parte del datore di lavoro della prestazione del lavoratore.
In particolare Cassazione Civile Sezione Lavoro del 16 giugno 2003, n. 9635 ha affermato che la sospensione unilaterale del rapporto di lavoro “quando quest’ultima sia divenuta inutilizzabile non nell’aspetto economico o per deficienze di programmazione, di previsione o di organizzazione aziendale, bensì per un fatto sopravvenuto non prevedibile, il datore di lavoro non incorre in responsabilità per l’unilaterale sospensione da lui disposta e, in particolare, non è tenuto al pagamento delle retribuzioni per il periodo di sospensione”.
Per l’applicazione di analogo principio in materia di locazione, si richiama una risalente pronuncia della Pretura di Napoli del 15 gennaio 1992, secondo la quale “in tema di rapporti di locazione si deve ritenere che solo la distruzione dell’immobile o la perdita delle caratteristiche essenziali all’uso cui lo stesso era destinato comportino la risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta definitiva della prestazione del locatore. Deve, al contrario, ritenersi che il mero danneggiamento dell’immobile non impedisca la prosecuzione del rapporto, che resterà sospeso durante il tempo occorrente per l’effettuazione delle riparazioni indifferibili essendo queste ultime causa di impossibilità solo temporanea della prestazione del locatore”

Si può concludere che conduttore ed affittuario, eventualmente chiamati in giudizio per il pagamento dei canoni dovuti nel periodo di durata dei provvedimenti di sospensione della loro attività, e limitatamente alle attività oggetto di sospensione, possano legittimamente invocare a propria difesa le norme relative all’impossibilità sopravvenuta a giustificazione dell’inadempimento

Evidentemente, sarebbe più complesso avvalersi di tale difesa nel caso di attività sulle quali i provvedimenti governativi incidano solo indirettamente, quali gli esercizi commerciali che rientrano nelle eccezioni alla sospensione generalizzata o, più in generale, quelle che si svolgano in uffici o fabbriche, poiché in tal caso, infatti, sarà più difficile affermare che sia venuta radicalmente meno la possibilità di fruire della prestazione del locatore.
Analogo discorso vige per gli immobili locati da uso abitativo, dal momento che il conduttore fruisce del bene e non sussistono ragioni per veder sospesa la prestazione in favore del locatore.
A tal fine il debitore inadempiente dovrà “attrezzarsi” per fornire la prova rigorosa che l’applicazione delle disposizioni ha determinato l’impossibilità di fatto di poter fruire della prestazione del locatore.
Questo potrebbe essere ancor più difficile per gli esercizi che siano rimasti aperti, così fruendo della disponibilità dell’immobile, sia pure in circostanze che hanno inciso pesantemente sulla redditività del suo utilizzo.
Tali categorie, tuttavia, potranno invocare una riduzione del canone argomentando, ad esempio, con la difficoltà di applicazione delle misure relative al mantenimento delle distanze di sicurezza tra i clienti in relazione alle caratteristiche intrinseche dell’immobile.
Anche per gli immobili adibiti ad uso ufficio di deve partire dal presupposto che per un ampio numero di attività amministrative e professionali il ricorso allo smart working ne ha comportato di fatto lo svuotamento, rendendo alquanto limitato il beneficio della loro detenzione in virtù del rapporto locativo.
E’ però altrettanto vero che:

  • in molti casi il mancato utilizzo è solo parziale, continuando a persistere funzioni strutturalmente insediate negli uffici medesimi;
  • sotto il profilo di c.d. giustizia sostanziale, un giudice sarà meno incline a sposare le ragioni di quegli operatori che siano comunque riusciti ad assicurare la propria operatività tramite lo smart working. In tali casi sarà, probabilmente, più giustificata una domanda di riduzione dei canoni proporzionata al mancato godimento piuttosto che una sospensione “tout court” del loro pagamento.

Un fattore decisivo per la fondatezza del ragionamento che precede sarà quello della durata della crisi e dalla complessiva portata dei suoi effetti sull’andamento dell’economia e sugli affari dei singoli operatori.
La durata della crisi e l’incidenza sulla redditività, saranno inoltre gli elementi da valutare per poter esprimere un giudizio sulla fondatezza e accoglibilità di eventuali richieste di rinegoziazione dei contratti basate sulla minaccia di risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta (ai sensi dell’art. 1467 del codice civile) o di recesso per gravi motivi (ai sensi dell’art. 27, della Legge n. 392 del 1978.
Com’è noto, infatti, la ragionevolezza del ricorso a tali norme si fonda su un giudizio di insostenibilità delle condizioni economiche del contratto per effetto dell’impatto significativo, strutturale e perdurante delle circostanze invocate.
Tale norma, che regola l’eccessiva onerosità sopravvenuta, è invocabile qualora l’evento straordinario ed imprevedibile medio tempore occorso, renda la prestazione non impossibile, ma solamente eccessivamente onerosa. Ciò accade, per esempio, e proprio con riferimento al frangente attuale, qualora l’immobile sia stato locato al fine di esercitare un’attività commerciale a contatto con il pubblico ma la stessa sia, per natura e modalità, comunque esercitabile online, seppur con maggiori difficoltà e minori introiti (si pensi ai negozi di vestiario multimarca od ai servizi di ristorazione).
In generale la prestazione può considerarsi eccessivamente onerosa quando, pur non richiedendo la sua esecuzione successiva uno sforzo maggiore di quello richiesto inizialmente, il corrispettivo pattuito per tale prestazione sia diventato medio tempore (per cause imprevedibili) notevolmente superiore rispetto all’attuale valore di mercato della corrispondente prestazione.

A seguito all’epidemia in corso il costo delle locazioni di immobili ad uso commerciale potrebbe diminuire, di talché il canone originariamente pattuito potrebbe risultare sproporzionato rispetto all’effettivo utilizzo del bene attualmente possibile

Ai fini dell’applicabilità della norma la sproporzione dovrà risultare eccessiva, con ciò intendendosi che l’aumento del costo originario della prestazione sia di entità superiore alla normale alea contrattuale, il che – lo si ripete – potrà essere verificato solamente caso per caso.
Dunque, ferma ed imprescindibile la valutazione caso per caso dell’eccessiva onerosità, tale norma legittima il conduttore a chiedere la risoluzione del contratto mediante la proposizione di apposita domanda giudiziale, che può avvenire sia in via principale, sia mediante domanda riconvenzionale formulata nel giudizio promosso dall’altro contraente per l’adempimento (o la risoluzione per inadempimento) del contratto.
Si deve in ogni caso e conclusivamente precisare che a fronte della domanda formulata, il locatore non sarà obbligato a subire gli effetti dell’evento intercorso, potendo evitare la risoluzione mediante l’offerta di modificare equamente le condizioni del contratto in modo da rimuovere l’eccessiva onerosità sopravvenuta e mantenere lo stesso in vita a condizioni nuovamente concordate con il conduttore tenendo conto dell’impatto concreto dell’epidemia.


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Il conto corrente

Il conto corrente è un contratto stipulato tra una persona fisica o giuridica (società o associazione) e un Istituto di Credito

di Ofelia Oliva

nel quale il Cliente (la persona fisica o giuridica) deposita una somma di denaro che la Banca custidisce.
Il denaro è sempre a disposizione del Cliente e la Banca, inoltre, può offrire una serie di servizi, come l’accredito dello stipendio, la domiciliazione delle bollette, l’incasso bonifici ecc.
Per scegliere il conto corrente più adatto alle diverse esigenze dei Clienti sarà necessario pevedere l’utilizzo che se ne intende fare, poiché il costo dei conti correnti varia molto e può dipendere anche dal numero di operazioni effettuate.

Ogni conto corrente è contraddistinto dall’IBAN

un codice identificativo costituito da 27 carattere alfanumerici (lettere e numeri) che inizia con le lettere IT (Italia).
Spesso i conti correnti che prevedono l’utilizzo on-line risultano meno costosi, ma è importante operare in sicurezza, utilizzando tutte le precauzioni previste. In genere le banche dedicano molta attenzione a queste informazioni ed è possibile repirirle sulle pagine web dedicate.
La c.d. domiciliazione delle bollette prevede una autorizzazione al pagamento in automatico di determinati pagamenti (ad esempio: mutuo, bollette di luce, gas e telefonia, canone di affitto, ecc.).
Si tratta di un servizio offerto per semplificare i pagamenti con scadenza periodica, ma resta sempre opportuno verificare gli importi addebitati e la corrispondenza tra pagamento effettuato e quanto realmente dovuto per consumi effettivamente utilizzati. Spesso, infatti, le bollette di luce o gas riportano consumi stimati che possono essere maggiori dei consumi reali ed effettuare una verifica periodoca consente quindi di allineare i pagamenti domiciliati ai consumi reali.
In sostanza la domiciliazione è certamente utile, oltre che comoda, ma non esime il cliente dall’effettuare i controlli del caso.
L’estratto conto, tra l’altro, indica i movimenti del conto corrente – cioè i dati relativi alle operazioni effettuate nel periodo di riferimento, e le competenze, ovverosia i dati per il calcolo degli interessi (attivi e/o passivi) e delle spese.

L’estratto conto è il documento che la banca elabora con una determinata periodocità ed elenca in ordine cronologico tutti i movimenti del conto corrente

Per ogni movimento l’estratto conto in genere riporta:

  • la data dell’operazione –  il giorno solare in cui si compie un’operazione di accredito o addebito;
  • la data della valuta – il giorno dalla quale decorrono gli interessi a debito o a credito
  • la descrizione dell’operazione
  • l’importo dell’operazione, con segno positivo o negativo.

I consumatori trovano nell’estratto conto anche l’ISC

indicatore sintetico di costo, si tratta di un dato introdotto dalle norme sulla trasparenza emanate da Banca d’Italia e rappresenta il costo annuo indicativo di un conto corrente.

L’indicatore consente al Cliente di compiere scelte più consapevoli poiché, fornendo una previsione del costo annuale del conto corrente, permette di fare una stima delle spese che dovranno sostenersi.
Nella fase di verifica dei costi sostenuti annualmente, contenuti nel rendiconto riepilogativo del conto, l’ISC rappresenta un valore di riferimento utilizzabile dal Cliente per confrontare le spese sostenute in base alle operazioni svolte.
Leggendo l’estratto conto, si evidenziano altre due voci:

il saldo contabile ed il saldo disponibile

Il saldo contabile registra la differenza tra operazioni a credito e quelle a debitoriportandole in ordine di data, si tratta della somma algebrica tra entrate ed uscite registrate sul conto corrente e riportate sull’estratto conto. Sono tutte le operazioni effettuate e registrate sul conto corrente, visualizzabili nella lista movimenti.
Il saldo disponibile indica, invece, la somma effettivamente a disposizione sul conto corrente, incluse le operazioni recenti non ancora inserite nella lista movimenti e, in caso vi sia un fido bancario, include anche quello.
Ricordiamo, in sintesi, che il fido o affidamento è la somma che la banca, su richiesta del cliente, si impegna a mettere a sua disposizione oltre il saldo disponibile. Il contratto può prevedere il pagamento di interessi sulle somme utilizzate e una commissione onnicomprensiva.
Per non incorrere in uno scoperto è necessario fare sempre riferimento al saldo disponibile che evidenzia, appunto, di quale somma possiamo in concreto disporre e non bisogna invece far riferimento al saldo contabile.
Nel caso in cui l’estratto conto bancario ricevuto contenga degli errori è possibile contestarlo e la contestazione va formulata con le modalità ed entro i termini previsti dal contratto di conto corrente.
In genere il termine per sollevare contestazioni è di 60 giorni ma, nel caso in cui l’estratto conto contenga errori di scritturazione, calcolo oppure omissioni e duplicazioni, l’art. 1832 del Codice Civile stabilisce che l’impugnazione va proposta entro 6 mesi dalla ricezione dell’estratto conto.
Invece, nel caso in cui l’estratto conto contenga errori sostanziali quali, ad esempio, l’applicazione di un tasso di interesse sbagliato o di spese non previste dal contratto, il termine di decadenza previsto resta quello ordinario: 10 anni dal ricevimento dell’estratto conto.


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notificazioni-estero-civile

Le notificazioni all’estero in ambito civile e commerciale

notificazioni-estero-civile

Sono sempre più numerosi i procedimenti e i giudizi che coinvolgono, nelle più variegate vesti, cittadini non residenti in Italia

di Alessandro Piermarini

Semplicemnte perché non italiani, e quindi residenti in Paese UE o extra UE, oppure perché cittadini italiani c.d. AIRE, cioè che hanno trasferito la propria residenza fuori dal territorio italiano.
I principi che disciplinano le notificazioni all’estero individuano come prima fascia i soggetti residenti nell’Unione Europea.Nel caso in cui la notifica debba essere eseguita all’interno dell’Unione Europea, si applicano le regole contenute nel Regolamento (CE) n. 1393/2007 del Parlamento Europeo e del Consiglio – 13 novembre 2007.
Il Regolamento disciplina la notificazione e comunicazione negli Stati membri degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile e commerciale e prevede diversi modi di trasmissione, notificazione e comunicazione degli atti (trasmissione attraverso organi mittenti e riceventi, via consolare/diplomatica, notificazione o comunicazione diretta, utilizzo dei servizi postali).
Gli atti sono trasmessi e ricevuti dagli Organi designati dagli Stati membri, vanno corredati di una domanda redatta usando il modulo standard allegato al Regolamento e la compilazione è prevista in una delle lingue ammesse che sono indicate dagli Stati membri.
Infine gli atti sono esonerati dalla legalizzazione o altre formalità equivalenti.
Ogni Stato membro dispone di un’Autorità centrale incaricata per fornire informazioni agli Organi, risolvere eventuali difficoltà e, in casi eccezionali, trasmettere le domande di notificazione o comunicazione dell’Organo mittente all’Organo ricevente competente.
Gli atti possono essere notificati o comunicati anche direttamente a mezzo lettera raccomandata con ricevuta di ritorno oppure tramite gli ufficiali giudiziari, i funzionari o altre persone competenti dello Stato membro richiesto, a condizione che questo tipo di notificazione o di comunicazione sia ammessa dallo Stato membro in questione.
In circostanze eccezionali, gli atti possono essere trasmessi agli Organi di un altro Stato membro per via consolare o diplomatica.
Per quel che concerne le notificazioni a soggetti non italiani residenti in Paese extra UE, la regola vuole che la notifica si esegua attenendosi alle indicazioni contenute nelle Convenzioni internazionali o secondo la “via consolare”.
Pertanto, prima di procedere alla notifica, è necessario controllare se il Paese destinatario ha aderito o meno a convenzioni internazionali o bilaterali (questa verifica è possibile tramite la consultazione della tabella guida alla notificazione all’estero del Ministero degli Affari Esteri che riporta tutte le convenzioni – al seguente link).
In caso non siano state stipulate e sottoscritte convenzioni, si fa ricorso alle “vie consolari”.

Il Codice di Procedura Civile prevede agli artt. 142 e 143,  le ipotesi di notifica a persona non residente, né dimorante, né domiciliata nella Repubblica nei casi in cui risulta impossibile eseguire la notificazione in uno dei modi consentiti dalle Convenzioni internazionali e dagli artt. 30 e 75 del D.P.R. 5 gennaio 1967, n. 200 e di notifica a persona di residenza, dimora e domicilio sconosciuti

L’art. 142 CPC prevede l’ipotesi di notifica a persona non residente, né dimorante, né domiciliata nella Repubblica specificando che, nei casi in cui risulta impossibile eseguire la notificazione in uno dei modi consentiti dalle Convenzioni internazionali e dagli artt. 30 e 75 del D.P.R. 5 gennaio 1967, n. 200, se il destinatario non ha residenza, dimora o domicilio nello Stato e non vi ha eletto domicilio o costituito un procuratore (procuratore costituito ex art. 77 CPC), l’atto è notificato mediante affissione di copia nell’albo dell’ufficio giudiziario davanti al quale si procede e mediante spedizione di altra copia al destinatario per mezzo della posta in piego raccomandato. Una terza copia è consegnata al pubblico ministero, che ne cura la trasmissione al Ministero degli affari esteri per la consegna alla persona alla quale è diretta.
L’art. 143 CPC prevede l’ipotesi di notifica a persona di residenza, dimora e domicilio sconosciuti specificando che se non sono conosciuti la residenza, la dimora e il domicilio del destinatario e non vi è procuratore (procuratore costituito ex art. 77 CPC), l’ufficiale giudiziario esegue la notificazione mediante deposito di copia dell’atto nella casa comunale dell’ultima residenza o, se questa è ignota, in quella del luogo di nascita del destinatario, e mediante affissione di altra copia nell’albo dell’ufficio giudiziario davanti al quale si procede. Se poi non sono noti né il luogo dell’ultima residenza né quello di nascita, l’ufficiale giudiziario consegna una copia dell’atto al pubblico ministero.
Nei casi previsti dagli articoli sopra menzionati la notificazione si ha per eseguita nel ventesimo giorno successivo a quello in cui sono compiute le formalità prescritte.
Secondo un recentissimo orientamento della Suprema Corte di Cassazione, la notificazione degli atti agli italiani residenti all’estero è validamente effettuata mediante spedizione di lettera raccomandata con avviso di ricevimento all’indirizzo della residenza estera rilevato dai registri AIRE, non essendo necessario seguire la procedura più articolata prevista dall’art. 142 c.p.c. in tema di notificazione degli atti giudiziari a persona non residente.


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sistemi-informazioni-creditizie

Sistemi di informazioni creditizie: cosa sono e come funzionano

sistemi-informazioni-creditizie

Il credito al consumo è costituito da finanziamenti concessi da banche o da intermediari finanziari per l’acquisto di un bene o di un servizio, e, come ovvio, questi soggetti, prima di elargire il denaro, hanno necessità di verificare affidabilità e puntualità nei pagamenti effettuati dal cliente

di Ofelia Oliva

Ciò avviene tramite la consultazione di banche dati specifiche, i c.d. SIC, acronimo di Sistemi di Informazioni Creditize.
L’acquisto di un bene tramite contratto di finanziamento offre il vantaggio per il cliente di dilazionare nel tempo il pagamento.
Si tratta di archivi che raccolgono informazioni  sull’apertura e l’andamento dei rapporti di credito attivati dai clienti. I SIC attivi in Italia sono Experian, Consorzio Tutela Credito, Crif, Assilea, e devono controllare l’esattezza delle informazioni segnalate, oltre che provvedere al loro sistematico aggiornamento.
In buona sostanza le informazioni contenute nei SIC servono per valutare l’opportunità di concedere il credito al consumo mediante l’elaborazione di un calcolo sull’affidabilità del soggetto che chiede il prestito.
I SIC appresentano la memoria storica del soggetto che effettua la richiesta e sono indispensabili  per una corretta analisi della c.d. referenza creditizia, intesa come la reputazione che il cliente ha presso le banche e gli intermediari finanziari, derivante proprio dalla correttezza nel tempo dei suoi comportamenti nell’ambito dei rapporti di finanziamento.
I dati contenuti nei SIC sono assai determinanti in quanto, pur non essendo vincolanti, gli intermediari finanziari ne tengono conto per decidere se concedere o meno il finanziamento.
Com’è ovvio che sia, le banche e gli intermediari che consultano i sistemi hanno l’obbligo del segreto e nessun dato può essere utilizzato per finalità diverse rispetto allo sviluppo della referenza creditizia (ad esempio per finalità di marketing).

Può essere utile ricordare alcune regole relative al funzionamento dei SIC:

  • Possono accedere ai SIC, vista l’importanza e delicatezza dei dati trattati, solo determinati soggetti (ad esempio, banche, intermediari finanziari, società di leasing, soggetti che concedono dilazioni di pagamento per fornitura di beni o servizi, che devono avere ricevuto dal cliente una richiesta di finanziamento o aver già erogato un credito quindi durante il periodo di rimborso del finanziamento in atto) e le informazioni sono consultabili solo dai soggetti che aderiscono su base volontaria e che effettuano le comunicazioni ai sistemi.
  • Le informazioni possono essere di tipo anagrafico relative al soggetto (ad esempio nome, cognome, indirizzo, data e luogo di nascita, codice fiscale ecc.) oppure relative alle richieste o rapporti di credito instaurati e sull’andamento del rimborso.
  • In base poi all’andamento del rimborso del finanziamento (puntualità nel pagamento delle rate, oppure ritardi) le informazioni contenute nei SIC possono essere positive (riguardare cioè i regolari pagamenti delle rate o l’estinzione del debito) oppure negative (riguardanti rapporti di credito per i quali si sono verificati inadempimenti, ritardi, morosità, insolvenze ecc). In caso siano registrate informazioni di tipo negativo, cioè condotte non corrette, si può essere considerati “cattivi pagatori” e questo può avere effetti negativi sull’accesso al credito.
  • Riguardo ai singoli rapporti ed ai pagamenti, i SIC registrano tutti i dati, sia le informazioni positive che quelle negative, ma l’informazione è resa accessibile solo qualora il cliente/consumatore ritardi il pagamento (di almeno due rate mensili consecutive o trascini per due mesi il mancato pagamento di una rata, oppure di una sola rata, quando il ritardo si riferisce ad una delle due ultime scadenze di pagamento). In questi casi il cliente deve sempre essere informato dall’intermediario che i suoi ritardi di pagamento stanno per essere registrati nei SIC e quindi potrà evitare la segnalazione con il versamento della rata scaduta. Un successivo ritardo nei pagamenti nell’ambito dello stesso rapporto di credito sarà invece subito segnalato nei SIC.
  • Le informazioni riguardanti l’affidabilità e la puntualità dei pagamenti dei clienti possono essere conservate solo per periodi predefiniti, allo scadere dei quali i dati vengono automaticamente cancellati dal sistema senza alcun onere. I tempi di conservazione variano in relazione alla tipologia e gravità dell’irregolarità. L’attività dei SIC privati è disciplinata dal “Codice di deontologia” pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 300 del 23 dicembre 2004 ed emanato in attuazione del “Codice sulla privacy” (D. lgs. n.196/2003). Il Garante per la protezione dei dati personali ha la competenza in tale ambito e può disporre verifiche periodiche sull’attività svolta dai SIC. Una volta scaduti i termini, le informazioni sono automaticamente cancellate dal sistema. Se invece nel frattempo si sono verificati, relativamente allo stesso contratto, ulteriori ritardi, il decorso dei termini riprende a decorrere dalla data della nuova regolarizzazione.

E’ bene sapere che non è possibile ottenere la cancellazione delle segnalazioni relative a comportamenti irregolari prima della scadenza dei termini previsti, anche se vi è stata regolarizzazione

Il trattamento dei dati non conforme al codice deontologico può comportare sanzioni e, se del caso, anche risarcimento del danno.


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